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ARTISTI // Fabia Ghenzovich

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Sono la nomade notturna
il piede che danza sul ciglio
di una parola la zampa che scava
la sua tana fino alla radice primitiva
delle ossa – un covo – la fossa che sconfina
però nel bianco – a specchio –
un aperto forse dove a ben guardare il fondo
fa capolino dietro al rigo un’anima
come all’inizio e alla fine di una pagina.

Fabia Ghenzovich

 

Fabia Ghenzovich è nata a Venezia dove vive. È interessata alla poesia e alle sue possibili interazioni e contaminazioni con i diversi linguaggi dell’arte e in particolare con quello musicale, come nel caso di Metropoli, testi musicati in stile rap, con rappresentazioni a Venezia, Mestre, Padova e a Milano (con Milanocosa). Ha pubblicato Giro di boa (Novi Ligure, 2007) e Il cielo aperto del corpo (Kolibris, 2012). Ha avuto numerose segnalazioni a concorsi di poesia: nel 2009 ha ricevuto il secondo premio per la silloge inedita al concorso Guido Gozzano, nel 2014 il terzo premio al concorso nazionale poesia scientifica Charles Darwin ed è stata finalista al Premio Astro- labio per silloge inedita. Ha partecipato a numerosi festival di poesia, tra i quali: Fiume di poesia, festival di poesia performativa (Padova 2011); Festival Internacional Palabra en el Mundo (Venezia 2013), 100 Thousand Poets for Change (Bologna 2013 – 2014); Festival delle Arti (Venezia 2014); Arts’ Connection (Museo del vetro di Murano, Vene- zia 2015); Festival internazionale di poesia e arte Grido di donna (Venezia 2015); Bologna in lettere (2015); Congiunzioni, festival di poe- sia, scrittura, fotografia e video arte (Biblioteca di Spinea, Venezia 2015).

 

L’esplorazione della condizione dell’uomo è condotta attraverso una galleria di figure femminili archetipiche estrapolate da quella sfera magica che costituisce un sostrato fertile della raccolta: la loba, la lupa, che racchiude nella sua animalità l’istinto primigenio della donna; la Sibilla con la sua preveggenza, e poi la strega che assume i connotati incerti della babajaga della cultura slava o si incarna nella Catanegai della tradizione popolare, quella capace di ritrovare i corpi degli annegati dentro le acque melmose del fiume, ricucendo così il confine diafano tra la vita e la morte.

(Dalla Postfazione di Emanuele Spano)